L'ordine della crisi o la crisi dell'ordine

Speech about crysis è un discorso sulla crisi quale parola più pronunciata nei discorsi pubblici e nei media degli ultimi anni, tanto che senza crisi la politica e gli affari pubblici dei nostri paesi perderebbero senso e spessore.
Abusata e ritrita nella sua accezione più negativa, la parola crisi viene usata come scudo e strumento di controllo sociale all’interno di una precisa politica della paura, inserita in quello che Foucault definisce “ordine del discorso”.

“In ogni società la produzione del discorso è insieme controllata, selezionata, organizzata e distribuita tramite un certo numero di procedure che hanno la funzione di scongiurarne i poteri e i pericoli […]” (Michel Foucault, “L’ordine del discorso – I meccanismi sociali di controllo e di esclusione della parola”, Einaudi, 1970)

Nell’etimologia stessa di crisi si cela il potere rivoluzionario di questa parola, che nell’origine greca rimandava alla realtà concreta delle cose (la cernita del grano durante la trebbiatura). Il vocabolo ha subito poi un lento processo di astrazione terminologica, che dal significato di scegliere e discernere è passato a un’accezione medica in cui la “fase critica” è il momento topico della malattia, nel senso di fase risolutiva per l’organismo. È a metà del ‘900 che crisi assume definitivamente un’accezione negativa e subisce una risemantizzazione innanzitutto di carattere psicologico, come turbamento, e successivamente di carattere economico, assumendo il significato odierno di depressione, ristagno, applicato un po’ a tutti i campi della vita quotidiana: crisi economica e finanziaria, climatica ed energetica, sociale e demografica. E poi i contraccolpi, reali o psicologici, individuali e sociali: le crisi identitarie, le crisi depressive, le crisi delle coscienze, delle fedi, dei valori.

"Il vocabolo crisi indica oggi il momento in cui medici, diplomatici, banchieri e tecnici sociali di vario genere prendono il sopravvento e vengono sospese le libertà. Come i malati, i paesi diventano casi critici. [...] Ma «crisi» non ha necessariamente questo significato. Non comporta necessariamente una corsa precipitosa verso l’escalation del controllo. Può invece indicare l’attimo della scelta, quel momento meraviglioso in cui la gente all’improvviso si rende conto delle gabbie nelle quali si è rinchiusa e della possibilità di vivere in maniera diversa. Ed è questa la crisi, nel senso appunto di scelta, di fronte alla quale si trova oggi il mondo intero." (Ivan Illich, “La disoccupazione utile e i suoi nemici professionali”, in Per una storia dei bisogni, Mondadori, Milano, 1981)

Una volta iniziata la presa di coscienza, consideriamo la crisi come pura parola, e sentiamoci in diritto di alterarla e risemantizzarla ulteriormente. Così quindi l’inglese crisis diventa crysis, mettendo in evidenza il senso che questa parola ha recentemente acquisito, di sofferenza e passiva remissione, in cui cry – piangere – diviene il cuore etimologico della crisi stessa.
Manipolare (artisticamente) il nostro vocabolario, concedendosi licenze poetiche e giochi di parole, può essere uno dei modi per impadronirsi delle regole di produzione del discorso e ridefinirle. L’intento è quello di mantenere in vita quel sostrato semantico della crisi che è l’idea di evoluzione delle cose, di una situazione che può portare al cambiamento, alla rivoluzione degli assetti di un sistema ordinato, a sparigliare le carte per un nuovo gioco con nuove regole. Smascherare i meccanismi che sottendono all’uso politico della crisi, è compito dell’arte, quale mezzo per superare tutto ciò che intende deprimere l'uomo.

A cura di Isabella Indolfi
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